RICORDO DI LEO

da “Parole oltre il muro”, 2002

E’ il suo ricordo che rende così particolare questo periodo della mia vita, caratterizzato ancor più dal luogo di prigionia in cui sono rinchiuso da qualche anno.
Ero stato da poco arrestato e chiuso nel carcere di Parma. Insolitamente occupavo una cella da solo, non mi dispiaceva, ma ero ben consapevole che presto qualcuno sarebbe arrivato a dividerla con me.
Purtroppo questo genere di albergo non rimane mai, tanto a lungo, con posti letto liberi.
Infatti, poco dopo, mi arrivò un coinquilino.
Ricordo il suo ingresso in cella, reggeva il suo cuscino, la coperta, le lenzuola, gavette ecc.
Non appoggiò tutto subito sul letto, ma si fermò sulla porta, fece il giro della cella con gli occhi, poi li fermò su di me e disse: “Ciao, io sono Leonard” allungando la mano…”Io Ervin” risposi. Era un mio compaesano, scappato come me dall’Albania, in cerca di una vita migliore. Diventammo amici subito, era molto simpatico, mi faceva ridere.
Nonostante il luogo in cui ci trovavamo, era come avvolto da un alone di euforia che lo rendeva sempre allegro. Gli piaceva parlare, lo faceva in continuazione.

In poco tempo seppi tutto di lui, della sua famiglia, del suo passato, dei suoi progetti; ma soprattutto della ragazza di cui era innamorato e che aveva sposato. Amava sua moglie più di ogni altra cosa al mondo. Forse era l’immagine di lei, perennemente presente nei suoi pensieri, a dargli quel senso di felicità che lo accompagnava per tutto il giorno.
… Un giorno, inaspettatamente, mi dissero che dovevo essere trasferito in un altro istituto. Ho sempre pensato che essere in una prigione o in un’altra non cambiava nulla, però, quella volta, ci rimasi davvero male. Staccarmi da Leo, era un po’ come se mi infliggessero un’ulteriore pena da scontare.
Leonard mi aiutò a preparare la mia roba, cercava di fare delle battute, di essere spiritoso, ma si vedeva chiaramente che stava male almeno quanto me.
Ultimo abbraccio e poi via.

Arrivato al nuovo istituto di detenzione, la prima cosa che feci fu di scrivergli; e quella fu la prima di una lunga e fitta serie di corrispondenza e, come sempre, ci si raccontava tutto.
Col tempo però, mi accorsi che il tono delle sue lettere stava cambiando; era sempre più serio, meno allegro, in alcune di esse, addirittura triste e angosciato…
Invano cercavo di sapere cos’era successo.
Continuavo a leggere tra le righe che qualcosa era cambiato, anche se faceva di tutto per non farmelo capire. Forse fu proprio la mia insistenza nel voler sapere, che gli fece decidere di non rispondermi più.
Io continuai ugualmente per un po’; poi non ottenendo mai una risposta, smisi di farlo.

Passò ancora qualche mese, riprovai a scrivergli, ma di Leo non seppi più nulla; finche non venni a sapere che c’era un Leonard arrivato da Parma in isolamento.
Ebbi la certezza che si trattava di lui, quando un ragazzo, che lavorava in cucina e gli portava da mangiare, mi riferì che aveva chiesto di me.
Così ai timori che già avevo per lui si aggiunsero anche tante altre domande, perché era stato trasferito e lo tenevano in isolamento? Gli feci avere una lettera e mi rispose con un biglietto: “Sto bene Ervin, non preoccuparti!”
Logico che mentiva.

Tuttavia era nello stesso istituto che ospitava me, per cui, quando sarebbe stato collocato in una sezione, anche se non veniva nella mia, avrei avuto mille occasioni di vederlo.
In seguito, tornando dall’aria, me lo trovai in sezione, gli era stata assegnata una cella vicino alla mia. Era appena arrivato, aveva un sacco di quelli usati per le immondizie, con dentro la sua poca roba. Ricordo che feci fatica a riconoscerlo.
Aveva i capelli molto più lunghi, la barba non fatta da parecchi giorni, ed era notevolmente dimagrito. Fu lui a salutarmi per primo, facendomi notare quanto anche la sua voce fosse cambiata.
“Ciao Ervin” disse con voce spenta, accennando un sorriso. Ci abbracciammo, raccolsi il suo sacco e seguimmo l’agente che ci precedeva. In pochi istanti lo bombardai letteralmente di domande, Leo mi teneva il braccio intorno al collo, evitava di rispondere. Non voleva parlare di sé, non voleva parlare di nulla. Il Leo che avevo conosciuto era rimasto a Parma. Questo ragazzo ne aveva conservato la somiglianza, ma era l’ombra senza di sé stesso.

Mi rendevo conto che non era il momento di chiedere, che avrei dovuto aspettare che fosse lui ad aprirsi, a dire cosa lo tormentava. Riuscimmo a metterci insieme nella stessa cella. Leo si era chiuso in un mondo tutto suo e non permetteva a nessuno di entrarci.
Cercavo di scuoterlo, di coinvolgerlo; aveva veramente bisogno di distrarre la sua mente da quel maledetto tarlo che gli rodeva l’anima.
Nonostante la sua reticenza, il suo silenzio, riuscii ugualmente ad intuire qualcosa.

Ricordavo che a Parma riceveva lettere dalla moglie quasi tutti i giorni; e come non notare la sua gioia ogni volta che tornava dai colloqui con lei.
Ricordo i suoi progetti; voleva un figlio e vivere felice con la sua donna.
Ora! Da quando stavamo insieme, non aveva mai ricevuto posta, tanto meno fatto colloqui. Volevo affrontare l’argomento, ma temevo la sua reazione. Era nervoso, stanco del mondo, teso, moralmente e fisicamente esaurito.
Non mangiava quasi nulla, non dormiva, nemmeno quando se ne stava sdraiato sul letto ad occhi chiusi. Passava le sue notti a fumare un pacchetto di sigarette dietro l’altro.
Mi sentivo impotente, non sapevo cosa fare per aprire una crepa in quel muro dietro cui si era barricato. Riuscii anche ad iscriverlo a scuola, benché l’anno scolastico fosse già iniziato ma non volle mai saperne di scendere, cercai di convincerlo a frequentare il campo a disputare qualche partita di calcio, non voleva neppure parlarne pur amando quello sport.

Coinvolsi altri nostri compaesani affinché mi aiutassero a riportarlo tra “noi”.
Gli consigliai anche di rivolgersi alla psicologa del carcere, ma non voleva neanche affrontare l’argomento e, quando  aggiunsi che lo avrei fatto di mia iniziativa, mi rispose di farmi gli affari miei e poi aggiunse: “Scusami Ervin, ma nessuno può aiutarmi!”.
L’ultima volta che vidi Leo  era un mattino presto. Svegliandomi lo vidi seduto davanti alla finestra, stava fumando. Preparai il caffè, gli allungai il suo e mi sedetti vicino. Scoppiò in lacrime. Mi abbracciò, pensai che forse era la volta buona, forse avrebbe cominciato a vomitare tutto quel veleno che lo stava intossicando da tempo. Invece, non disse nulla, si sdraiò sul letto girandomi le spalle e continuò a singhiozzare.
Arrivò l’ora di andare a scuola, pensavo di rinunciare per restare con lui. Era la prima volta che lo vedevo piangere. Ma, convinto che si fosse addormentato, lo lasciai riposare e uscii dalla cella. Al mio ritorno Leo non c’era.

Chiesi all’agente dov’era, mi rispose che era uscito dall’aria e aveva litigato con un detenuto, per cui era stato portato in isolamento.
Cercai di mettermi in contatto con lui tramite lettera e bigliettini, ma come pensavo, non ebbi nessuna risposta. Dopo qualche giorno mi chiesero di raccogliere tutte le sue cose in un sacco e di consegnarlo all’agente di sezione. Avevano deciso di trasferirlo, era logico.
La stessa sera chiesi ad un’agente di mettermi in udienza dall’ispettore per il giorno dopo. Volevo parlare con qualcuno, avvertire che Leonard aveva dei grossi problemi e che avevo dei seri motivi di temere per la sua incolumità.
Il giorno dopo Leo partì; fu trasferito in un carcere vicino. Aspettavo con ansia di essere chiamato da un ispettore come avevo chiesto.

Ero ancora a scuola quando sentii una voce serpeggiare per le aule: “Un detenuto era appena stato trasferito a Modena; arrivato a destinazione era stato lasciato solo circa mezz’ora in attesa di essere collocato in una sezione. Quando sono andati a chiamarlo lo hanno trovato appeso alle sbarre”. Dopo poche ore è arrivata la conferma….era Leonard!
Non poteva essere vero, non potevo crederci, avevo l’impressione di vivere uno di quei momenti in cui i sogni si confondono con la realtà.
Mi appoggiai al muro stringendo con rabbia i miei libri; lo avevo immaginato, solo il giorno prima avevo temuto che facesse una pazzia, e ora…
Tornai in cella, mi stesi sul letto che era stato suo fino a qualche giorno prima.
Un ragazzo si avvicinò al cancello: “Ervin, ho una lettera per te!” mi disse.
Aprii la busta, era di Leo.

“Caro Ervin, se avessi avuto un fratello avrei voluto che fossi tu.
Quando saprai ciò che ho fatto sicuramente ti dispiacerà, e forse ci resterai anche molto male, ma l’immenso dolore che sto provando in questi ultimi tempi, mi rende indifferente a quello che posso procurare agli altri, mi dispiace.
Credimi se ti dico che ti ho incluso tra le persone che mi sono più care e per cui provo un profondo rammarico nel doverle abbandonare per sempre”.
Con affetto…Leo!

Mamo Ervin

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01 2010

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  1. giorgia #
    1

    mio marito si chiama torrisi maurizio nato a catania il 23 giugno del 1974, è detenuto presso la casa circondariale S. Giuliano Trapania,il suo codice di procedura penale è: Trib. 3199/09 r.g – r.gnr 7145/09 sent. 860/2010 r.g. .Mio marito ha un lungo periodo di tossicodipendenza e nel carcere in cui è assegnato non viene seguito, ha fatto domanda per il sert a gennaio e ancora oggi non è stato chiamato per fare i colloqui quindi non ha nessuna relazione dal sert di trapani e abbiamo le mani legate per poter andare avanti con le comunità, come sa bene lei ogni comunità vuole la relazione del sert di competenza ma gli ripeto non possiamo andare avanti perchè il sert di trapani non lo va a trovare. mio marito ha fatto istanza al Dap per essere trasferito al carcere di Giarre, gli ha pure scritto una lettera alla Dott.ssa Cocuzza, educatrice e dirigente del carcere di Giarre, ancora non abbiamo nessuna risposta. Molte comunità della sicilia ci rispondono che c’è una lunga lista d’attesa di minimo due anni, ma come ben sa se si aspetta la lista si allungano i tempi e si potrà ricevere una risposta negativa da parte del magistrato per la disponibilità in comunità come gli è stata data in passato. non gli nascondo che mio marito ha brutti pensieri, cerca di tenere duro per me ma avvolte quando lo vado a trovare (una volta al mese) lo trovo molto giù di morale, mi fa discorsi strani e non gli nascondo che ho molta paura che mi arriva una brutta notizia perchè sta male, ha fatto molte domandine per poter lavorare o per poter continuare gli studi mi gli vengono rigettati. con molta sincerità gli dico che non siamo in una buona posizione economica da poter pagare avvocati o di poter fare proposte alle comunità di denaro tanto da poter fare il colloquio una volta al mese o ogni 20 giorni. non chiedo la scarceazione ma almeno la possibiltà di essere aiutati a uscirsene dalla tossicodipendenza. gli unici documenti che possediamo è la sua cartella clinica e un programma di tossicodipendenza fatto durante la carcerazione al carcere di caltanissetta malaspina. le ripeto non chiedo nulla solo che mio marito viene segiuto come è giusto, quello che chiedo è un suo diritto. spero tanto che almeno lei può essermi d’aiuto, aiutando soprattutto mio marito evitando di metterlo nella lista dei suicidi, so che non gliene frega nulla allo stato ma a me si e non gli nascondo che io sono sottocura da psicologi per la mia fase di esaurimento nervoso e depressione, venendomi a mancare mio marito non so come potrei reagire alle conseguenze, gli faccio i discorsi che io e mio marito facciamo durante i colloqui. da quì lei capirà i pensieri di mio marito. spero di ricevere buone speranze e buone notizie da lei.
    adesso le invio i miei più cordiali saluti sperando in una presto e positiva sua valutazione.

    distinti saluti.
    Gandolfo giorgia moglie del detenuto Torrisi Maurizio



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