Corriere della Sera, 25 giugno 2010
Il caso Fastweb e mio figlio in cella da quattro mesi. Chi sa spiegarmi perché?
Mi viene il sospetto che si voglia usare la detenzione per fiaccarlo in vista di chissà quali altri scopi.
Oggi è prevista l’ udienza in Cassazione sulla vicenda Fastweb e Sparkle (una controllata di Telecom Italia). Esplosa nel febbraio scorso, ha investito i vertici delle due aziende, incluso l’ ad di Fastweb Silvio Scaglia. Le indagini riguardano un maxi riciclaggio da 2 miliardi di euro con false fatturazioni.
Ieri il Financial Times ha sostenuto, con un commento di Paul Betts, che il caso Scaglia «mina la credibilità della giustizia italiana. Domani la Cassazione ha l’ opportunità di ristabilire in qualche modo fiducia sulla correttezza di base del sistema giudiziario italiano».
Caro direttore,
siamo i familiari dell’ingegner Bruno Zito, coinvolto nel caso Fastweb, che dal 23 febbraio scorso è detenuto nel carcere di Rebibbia a Roma, in regime di custodia cautelare.
Non entriamo nel merito della vicenda sulla quale si pronunceranno a tempo debito i magistrati giudicanti. Possiamo solo dire che siamo sicuri che l’innocenza del nostro congiunto verrà pienamente riconosciuta.
Vorremmo sottoporre invece alla sua attenzione, e a quella dei lettori, come cittadini di questo Paese, un problema che crediamo non sia di poco rilievo. È giusto che una persona, che peraltro non ha mai avuto a che fare in precedenza con la giustizia, sia privata della libertà personale e resti così a lungo in carcere quando non ricorre nessuno dei presupposti che giustificano, a termini di legge, la sua carcerazione preventiva?
Vogliamo sottolineare, al proposito, che nemmeno i magistrati fanno riferimento, nella ordinanza di custodia cautelare, al pericolo di fuga. Sarebbe assurdo pensare, infatti, che il nostro familiare, che non è fuggito nei tre anni trascorsi tra la notifica dell’avviso di garanzia e l’arresto, possa farlo oggi, abbandonando la moglie e, soprattutto, i figli che non vede da quasi quattro mesi.
I magistrati richiamano, invece, il rischio che Bruno Zito, da libero o agli arresti domiciliari, possa inquinare le prove o reiterare il reato (di natura fiscale, per la precisione). Ma come potrebbe farlo, non svolgendo più alcuna funzione in Fastweb in quanto immediatamente sospeso dal servizio e successivamente licenziato dalla società? E anche qui, se lo avesse voluto, non l’avrebbe fatto nei tre anni passati?
Vorremmo anche aggiungere, infine, che sin dal primo interrogatorio, contro i consigli del suo avvocato e diversamente da quasi tutti gli altri imputati, egli ha risposto a tutte le domande poste dagli inquirenti.
Non viene allora il sospetto legittimo che si voglia usare la detenzione in carcere per fiaccare, in vista di chissà quali altri scopi, lo spirito e il fisico di una persona che, tra l’altro, fino a pochi giorni fa, è stata tenuta in isolamento senza avere la possibilità di scambiare una sola parola con i suoi compagni di pena e senza vedere mai la luce del sole?
Sempre come cittadini, pensiamo che possa anche capitare che, per il bene della comunità, si debbano pagare dei prezzi, anche senza avere fatto nulla di male. Purché essi non siano così alti da stravolgere la nostra vita e mettere a dura prova la nostra capacità di resistenza.
È proprio quello che sta accadendo a Bruno, ma anche a sua moglie, che trova ogni giorno più difficile raccogliere le forze necessarie per mandare avanti il lavoro a Milano, andare appena possibile a Roma, avere cura, senza alcun sostegno familiare, dei due figli di tre e cinque anni.
Non vogliamo suscitare alcun sentimento di compassione nei loro confronti, ma solo esporre dei fatti sui quali crediamo sia giusto fare qualche riflessione.
Antonio Zito, padre dell’ingegnere Bruno Zito