MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE: SOLO DUE SU DIECI COMMETTONO NUOVI REATI
Ministero della Giustizia e Dipartimento amministrazione penitenziaria smentiscono con sei ricerche l’idea che il carcere sia la soluzione migliore: la recidiva di chi è detenuto avviene sette volte su dieci.
ROMA – Cresce l’importanza delle misure alternative al carcere e cresce anche la qualità del servizio offerto dalle strutture (Uepe, gli uffici di esecuzione penale esterna), anche se l’opinione pubblica continua a pensare esattamente il contrario, ovvero che sia il carcere come istituzione totale la soluzione migliore per controllare chi ha commesso reati e quindi per abbassare il tasso di criminalità del paese. I dati scientifici mostrano invece l’esatto contrario, soprattutto a proposito dei tassi di recidiva.
Sono questi i messaggi più importanti emersi oggi durante un interessante convegno organizzato dal ministero della Giustizia e dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) nelle sale della Lumsa (Libera Università Maria SS. Assunta). Al convegno ha partecipato anche Ettore Ferrara, capo del Dap.
Molto netto il dato sul rapporto tra tasso di recidiva che si riscontra tra i detenuti usciti dal carcere (e poi rientrati a fronte di nuovi reati commessi) e quello che si riscontra tra i condannati assegnati alle misure alternative. Il rapporto è nettamente a favore delle misure alternative, dato che solo due condannati su dieci commettono nuovi reati, mentre tra i detenuti “normali” il rapporto è sette a dieci, ovvero sette persone che escono dal carcere commettono nuovi reati e vengono poi incarcerate di nuovo.
La differenza è netta, dunque: 2/10 contro 7/10. Come si spiega questo trend? Andiamo con ordine.
La prima cosa da dire è che le misure alternative sono in netta crescita e che la loro qualità è in netto miglioramento. Dal 1975 al 2005 – ha spiegato oggi durante il convegno Fabrizio Leonardi, direttore dell’Osservatorio delle Misure Alternative – le esecuzioni esterne si sono decuplicate (moltiplicate per dieci), mentre la detenzione in carcere (indulto escluso) si è triplicata. Dopo le leggi Gozzini e Simeone, insomma, si è sempre più fatto ricorso alle misure alternative e anche il dato confortante sulle revoche dimostra l’efficacia del nuovo sistema. In media, le revoche dei provvedimenti di esecuzione esterna incidono solo per il 5%.
Un altro indicatore molto importante è quello sulle recidive (ovvero le condanne di detenuti o ex detenuti per nuovi reati). Ebbene, da un’analisi dei dati storici dal 1998 al 2005, si evince appunto il dato del rapporto 2/10 della recidiva tra le persone in misure alternative al carcere. Tra tutti coloro che, in quel lasso di tempo, sono stati assegnati a misure alternative al carcere, 1.677 hanno commesso nuovi reati (pari al 19% del totale), mentre i non recidivi sono stati la maggioranza: 7.140 persone. Tra i detenuti nei carceri tradizionali il tasso di recidiva (al momento dell’uscita dal carcere) è molto più alto. Siamo infatti intorno al 67%, con un rapporto tra chi commette altri reati e il totale di 7 a 10.
Secondo Fabrizio Leonardi si possono avanzare varie interpretazioni del fenomeno e comunque ci sono concause. Una delle spiegazioni più semplici riguarda il tipo di persone che vengono selezionate per le misure alternative. La selezione è già un passo perché si basa sull’affidabilità, quasi dunque una scrematura che abbassa (almeno virtualmente) le possibilità che poi le stesse persone, gli stessi ex detenuti, commettano nuovi reati.
In ogni caso, durante il convegno di oggi della Lumsa, si è capita l’importanza della ricerca sociologica e della ricerca applicata a questi fenomeni e si è capita soprattutto l’importanza – anzi forse la centralità – della comunicazione. Lo ha voluto sottolineare il professor Luigi Frudà, esperto di ricerche nel campo penitenziario e da anni collaboratore del Dap e del ministero. Conoscere per che cosa? Si è chiesto retoricamente Frudà durante il convegno sulle alternative al carcere.
Conoscere soprattutto per “restituire”, si è risposto. E i dati eclatanti sul basso tasso di recidiva stanno a dimostrare che serve un grande lavoro di comunicazione/informazione nei confronti dell’opinione pubblica. Dal continuo allarmismo sociale rilanciato dai media emerge infatti un’immagine del carcere come l’istituzione comunque più sicura e funzionale nel controllo del crimine, mentre le misure alternative vengono viste con paura. E invece i dati di tutte le ricerche svolte sul tema dimostrano l’esatto contrario.
“Queste cose vanno dette e ridette – ha spiegato Frudà – si devono organizzare grandi campagne che possano ben indirizzare un’opinione pubblica distratta o mal indirizzata”. E’ l’antico, difficilissimo tema, delle “good news”. “Fa più rumore un albero che cade – ha detto il professor Frudà – che una foresta che cresce”.
Tutto bene dunque? No, c’è ancora molto da fare per migliorare il sistema degli Uepe, gli uffici per l’esecuzione penale esterna. Dal convegno sono arrivati i primi spunti critici di una riflessione che dovrebbe portare a nuovi interventi per il futuro. (Paolo Andruccioli)
I TOSSICODIPENDENTI TRAGGONO IL MAGGIOR BENEFICIO DALLE MISURE ALTERNATIVE
Le ricerche del Ministero della Giustizia e del Dap rovesciano i luoghi comuni diffusi dai grandi media, dimostrando l’utilità sociale di tali esperienze per il reinserimento e la rieducazione.
ROMA - Le misure alternative al carcere producono effetti molto positivi e comunque molto più positivi di quello che in genere circola nei luoghi comuni diffusi dai grandi media. Molti sono stati i progressi negli anni di applicazione (vedi lancio precedente) e molti i risultati raggiunti. Ci sono però ancora parecchi punti critici, nodi da sciogliere, o comunque strumenti da affinare.
Nel convegno di questa mattina alla Lumsa sono emersi parecchi spunti dagli interventi degli studiosi, degli esperti e dei funzionari dell’amministrazione penitenziaria, a partire dall’intervento del Capo del Dipartimento, il dottor Ettore Ferrara, sia dall’introduzione e dai commenti di Riccardo Turrini Vita, Direttore generale dell’Esecuzione Penale Esterna.
Uno degli spunti ricorrenti nelle varie ricerche realizzate e presentate durante il convegno (interessanti per esempio le presentazioni dei ricercatori Cristina Sofia e di Folco Cimagalli) è quello relativo alle tossicodipendenze. E’ infatti ormai dimostrato che i tossicodipendenti o gli ex tossicodipendenti hanno un rapporto diverso con le misure alternative rispetto a quello che viene vissuto da ex detenuti o condannati che non sono tossicodipendenti e che non lo sono mai stati. Anche in questo caso le ricerche empiriche e le analisi sui dati raccolti hanno smontato un luogo comune. O meglio lo hanno rovesciato.
Le ricerche presentate oggi alla Lumsa dimostrano, infatti, che i tossici o ex tossici hanno un beneficio maggiore degli altri dalle misure alternative al carcere e che gli stessi soggetti intervistati ne rimandano poi il giudizio sullo stesso servizio. Sono loro, infatti, a restituire un’immagine più a tutto tondo dell’utilità sociale delle misure alternative che sono giudicate molto più funzionali a una vera reintegrazione sociale rispetto al carcere tradizionale.
Il messaggio che emerge dalle ricerche scientifiche è duplice: le misure alternative abbassano il livello di recidiva e sono più funzionali al processo di rieducazione/reinserimento.
Secondo il professor Frudà (Università La Sapienza di Roma), che ha coordinato le ultime ricerche, sono due i temi che andrebbero approfonditi per capire i reali punti deboli di queste esperienze alternative al carcere tradizionale. Uno dei punti deboli riguarda sicuramente la rigidità procedurale. Secondo Frudà, sia dalle analisi sul processo, sia dalle interviste ai diretti interessati, emerge appunto una eccessività rigidità burocratica di queste esperienze, che viene affiancata da una forte domanda di personalizzazione del servizio stesso. E’ chiaro che dipende molto anche dalle condizioni geografiche e dalle diversità territoriali e culturali l’efficacia del servizio offerto dall’amministrazione.
L’altro punto – che è stato poi approfondito durante il convegno dal professor Francesco Mattioli (anche lui dell’Università La Sapienza) – è quello che riguarda il sistema della rete e quindi il funzionamento degli Uffici di esecuzione penale esterna nel loro coordinamento. Si deve sviluppare anche qui la cultura della valutazione e del controllo in rete, appunto, un tema che è stato poi l’oggetto delle conclusioni di Rita Andrenacci, dirigente di Esecuzione Penale Esterna. (Pan)
www.dirittiglobali.it – NEWS (Carcere & Giustizia) 12 – 04 – 2007
esattamente quel che avevo discusso coi detenuti nel precedente corso teatrale in carcere