Archive for the ‘Esercizi di pensiero’Category

SUL CONCETTO DI PENA

In occasione del seminario del 6 maggio scorso a Bologna, La pena utile, l’attrice e regista teatrale Michelina Capato ha arricchito la mattinata con alcune letture sul concetto di pena, che di seguito pubblichiamo.

Bologna 060510Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio – Bologna, 6 maggio 2010

Dalla lettera a un detenuto del Magistrato Elvio Fassone *

Torino 18 Maggio 1989

Questa lettera è citata anche nel libro di Mario Gozzini “La giustizia in galera?”

… Questo incrocio di tensioni contrapposte produce un conflitto che la legge è in grado di risolvere solo in minima parte, e che solo un surplus di moralità può comporre. Il detenuto deve dedicarsi alla costruzione di una sua vita migliore, anche a rischio che il suo sforzo non sia riconosciuto. E la collettività deve accordare una chance al detenuto, anche a rischio che il detenuto ne abusi.

L’uno e l’altra, insomma, devono agire a rischio, a fondo perduto, mettendo in conto di non ottenere quello che cercano: e l’agire a rischio è l’esatto contrario dell’agire per calcolo, quello che ha ispirato ieri il delitto, oggi la volontà di retribuire con intenti punitivi.

Chi debba rischiare per primo è difficile dire, anche perché per ciascuno è più facile affermare che tocca all’altro. La collettività chiede al detenuto che sia lui a incominciare, a dimostrare il suo cambiamento, perché si sente in credito, perché il detenuto ha «mancato per primo» e sembra giusto che sia lui a mettere la prima pietra di un nuovo patto. Il detenuto, a sua volta, chiede alla società che sia lei a fidarsi, perché in nessun delitto la società può davvero chiamarsi fuori, e perché lui – detenuto – alla fin fine non può offrire altro che la sua parola e il suo impegno, e dunque bisogna che sia la comunità a rischiare e ad andare a «vedere».

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12

05 2010

PRONTEZZA DELLA PENA

Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764)

Quanto la pena sarà piú pronta e piú vicina al delitto commesso, ella sarà tanto piú giusta e tanto piú utile. Dico piú giusta, perché risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione e col sentimento della propria debolezza; piú giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza, se non quando la necessità lo chiede.

Il carcere è dunque la semplice custodia d’un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza delle carceri non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove dei delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel piú breve tempo possibile. Qual piú crudele contrasto che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? I comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte e dall’altra le lagrime, lo squallore d’un prigioniero?

In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la piú efficace per gli altri e la meno dura che sia possibile per chi la soffre, perché non si può chiamare legittima società quella dove non sia principio infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili.

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26

03 2010

ADESSO E’ ORA DI RIPENSARE IL CONCETTO DI PENA

Margara

Intervista ad Alessandro Margara

da Vita di Stefano Arduini

Firenze, 5 novembre 2005


È ora di ripensare il concetto di pena e di sganciare la pena dalla detenzione.
Anche perché, dice Alessandro Margara, il carcere a tutti i costi trasforma i rei in vittime.
Meglio puntare sulla riparazione. A farci capire che bisognava riflettere sull’evoluzione della parola pena è stata una constatazione numerica. Fra detenzioni, misure alternative e pratiche pendenti presso i tribunali di sorveglianza, in Italia l’area penale è arrivata a coinvolgere 190mila persone.

Nel 1990 erano 36.300. Una moltiplicazione tale da suggerire il conio della formula “Stato penale”, che ormai nel vocabolario dei maggiori esperti di questioni giudiziarie ha sostituito quella di “Stato sociale”. Come spiegare questi dati? E questa nuova formula?

Pena, s.f. 1. Punizione stabilita dall’autorità giudiziaria competente comminata a chi si sia reso colpevole di una violazione della legge. 2. Stato di sofferenza fisica e, soprattutto, morale. 3. Cura, sollecitudine, fastidio. (dal Dizionario italiano Sabatini Colletti)

Il significato culturale della pena è lo stesso di 15 anni fa oppure ha subito un’evoluzione rimasta ancora sottotraccia che esploderà nell’immediato futuro? Ci abbiamo ragionato con Alessandro Margara, padre del regolamento penitenziario attualmente in vigore ed ex capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Queste problematiche hanno costituito il suo terreno di lavoro per oltre 50 anni.

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08

02 2010

MEDIAZIONE SOCIALE: LA GIUSTIZIA FRA PARI

Paolo Giulini – Adolfo Ceretti – Francesca Garbarino

La mediazione è un fenomeno plurale che, per mezzo di specifiche tecniche operative, interviene in differenti luoghi del conflitto.
La si può pensare, allora, come pratica informale di regolazione dei conflitti della famiglia; in California, la mediazione familiare è oggi divenuta addirittura obbligatoria per legge e in uno Stato vicino a noi, la Francia, è stata oggetto di una recente riforma che consente al giudice di designare, con il consenso delle parti, un terzo mediatore al fine di pervenire ad un accordo autonomo tra le stesse.

Ancora, di mediazione si parla nell’ambito del lavoro e delle relazioni sindacali, nel settore della protezione degli interessi diffusi, in materia di consumo e di tutela dell’ambiente e persino nel campo della politica internazionale, dove la figura del mediatore era già contemplata nello statuto della vecchia Società della Nazioni.

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02

02 2010

GIUSTIZIA: rapporto fra carcere e società segnato dal fallimento

Roberto Merlo, Social News, 18 dicembre 2009

Il fallimento dell’interazione fra carcere e società è dovuto alla scarsità di interventi per ridurre le recidive, alla poca attenzione nei processi di risocializzazione, alla residualità del sistema di pene “alternative”.

Il mio contributo vuole porre l’attenzione su tre questioni pragmatiche che rendono, a volte, fallimentare la volontà di costruire un’interazione tra carcere e società finalizzata al reinserimento in quest’ultima. Ci sono ben altre questioni che coinvolgono l’esistenza stessa, nella forma attuale, del sistema di espiazione della pena, le condizioni proibitive di vita in carcere, e così via. Non le sottovaluto, certo.
Semplicemente, le considero più importanti di queste tre, ma, sostanzialmente, bloccate nella loro possibilità di produrre, per ora, proposte fattibili.

Le tre questioni che voglio sottolineare sono le seguenti: la scarsità di interventi sul versante della modifica della rappresentazione sociale del carcere, del carcerato, della pena ecc. e il fatto che tutto ciò produca difficoltà sul versante della risocializzazione e della diminuzione delle recidive; la poca attenzione che viene posta, nei processi di risocializzazione, al complesso di competenze e capacità che i singoli detenuti possiedono per affrontare con successo quel processo per loro così importante e difficile; la residualità, ancora oggi, del sistema di pene “alternative” alla detenzione, quale pratica attuativa del dettato costituzionale.

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28

01 2010