Archive for the ‘Vite imprigionate’Category

COME UN CRICETO

Il cancello si chiude, cala un sipario.
Quello che succede all’interno rimane all’interno.
Sono sensazioni difficili da trasmettere, ma il bisogno di farlo è indispensabile e, purtroppo, diametralmente opposto alla voglia di ricezione delle coscienze esterne.
Il carcere è silenzio dentro e attorno, il carcere non ha visuale e ben poca risonanza sociale, il carcere è il dimenticatoio. Dov’è la trasparenza? Che fine ha fatto?
Per favore, trovatela.

La mia rabbia sale e mi agito, cammino avanti e indietro in cella e, in totale, sono sei passi, sei sporchi passi che racchiudono la speranza di trovare almeno una risposta, una certezza.
A te che stai leggendo, chiunque tu sia, spero che il mio sfogo ti colpisca, spero che le mie parole ti facciano capire.

Mi sento un criceto, ho la brandina come cuccia, l’aria come rotella e il cibo mi viene portato in cella, anzi direi in gabbia. Sì, perché sono totalmente ingabbiato da mura e cancelli.
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24

03 2010

L’ARREDAMENTO E’ BELLO

Non sembra vero, sembra quasi un sogno.
Quando il momento di fare i bagagli arriva inatteso, come al termine del processo che si chiude con l’assoluzione o per qualunque altra ragione che non sia il fine pena, ti sembra tutto inverosimile, ti vibra il corpo, l’adrenalina ti esalta, ti senti iper-eccitato.

Poi il pensiero immediatamente va verso di loro, verso tutti coloro che stai lasciando, verso l’amara condizione in cui lasci i tanti compagni di sventura.
Non importa che reato abbiano commesso, non siamo chiamati a giudicare, non importa se con alcuni hai avuto qualche screzio; in quel momento, il loro dolore, i loro tormenti, i loro sguardi intrisi di malinconia li fai tuoi, li porti dentro di te, li senti come se fossero un pianto silenzioso, devastante, struggente.

Avrei voluto portarli tutti via con me, tutti.
E’ stato il momento più duro e difficile della mia carcerazione: doverli salutare è stata un’angoscia terrificante, avrei voluto portarli tutti via con me, tutti.

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09

03 2010

UNA STORIA

Il mio esordio nella “malavita” avvenne all’età di 19 anni. Iniziai dall’oggi al domani; non c’era alcuna autorità educativa che potesse opporsi alle mie scelte. Mio padre era detenuto e la mamma l’avevo persa all’età di 14 anni. Ero rimasto solo con mia sorella che studiava e la troppa libertà di cui godevo ebbe su di me l’effetto che può avere una bottiglia di grappa su un ragazzo: mi ubriacai.
Il 1968 iniziava con la contestazione che presto avrebbe travolto l’Europa.

In quella confusione anch’io mi affacciai al mondo dei “grandi”.
Il contrabbando di sigarette era l’attività maggiormente in voga per chi, senza troppa inventiva, voleva far denaro velocemente. Con auto di grossa cilindrata, si partiva da Milano per andare a caricare 8/9 mila pacchetti di sigarette alla frontiera con la Svizzera.
Il compenso era di circa 100 mila lire al giorno che, all’epoca, avevano un significato.
Ogni 6/7 viaggi, subivo un inseguimento delle auto dei finanzieri, ma conoscevo le scorciatoie e riuscivo sempre a cavarmela.

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06

02 2010

RAGAZZI INTERROTTI

Sono l’unico maschio fra cinque sorelle. Per me i miei genitori avevano molti progetti, ma io mentre frequentavo le scuole superiori ho conosciuto una ragazza di 15 anni che mi piaceva moltissimo.
E’ stato un colpo di fulmine ed io subito ho pensato che la volevo per sempre con me. Ho iniziato a vederla e, anche se la nostra religione non lo permetteva, prendevamo il pullman da soli e andavamo ai giardini di un’altra città, dove non ci conosceva nessuno.

Ho deciso di lasciare la scuola, volevo lavorare, guadagnare e sposarla.
Ho confidato a mia madre di volermi sposare, ma lei mi ha detto di aspettare di avere almeno 20 anni. Mio padre, subito messo al corrente, mi ha detto di ricominciare immediatamente a studiare.

Me ne sono andato da casa. Ho trovato rifugio da mia nonna, ma dopo 10 giorni mi ha raggiunto mio padre che mi ha trattato da uomo: potevo fare ciò che volevo, ma dovevo ricordare che il matrimonio non era un gioco.
Io ero fermo sull’idea di sposarmi, anche se mia mamma non era d’accordo: la mia ragazza non le piaceva e del resto io non piacevo a sua madre. Ci siamo fidanzati, era bello stare con lei.

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01

02 2010

RICORDO DI LEO

da “Parole oltre il muro”, 2002

E’ il suo ricordo che rende così particolare questo periodo della mia vita, caratterizzato ancor più dal luogo di prigionia in cui sono rinchiuso da qualche anno.
Ero stato da poco arrestato e chiuso nel carcere di Parma. Insolitamente occupavo una cella da solo, non mi dispiaceva, ma ero ben consapevole che presto qualcuno sarebbe arrivato a dividerla con me.
Purtroppo questo genere di albergo non rimane mai, tanto a lungo, con posti letto liberi.
Infatti, poco dopo, mi arrivò un coinquilino.
Ricordo il suo ingresso in cella, reggeva il suo cuscino, la coperta, le lenzuola, gavette ecc.
Non appoggiò tutto subito sul letto, ma si fermò sulla porta, fece il giro della cella con gli occhi, poi li fermò su di me e disse: “Ciao, io sono Leonard” allungando la mano…”Io Ervin” risposi. Era un mio compaesano, scappato come me dall’Albania, in cerca di una vita migliore. Diventammo amici subito, era molto simpatico, mi faceva ridere.
Nonostante il luogo in cui ci trovavamo, era come avvolto da un alone di euforia che lo rendeva sempre allegro. Gli piaceva parlare, lo faceva in continuazione.

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28

01 2010