COME UN CRICETO
Il cancello si chiude, cala un sipario.
Quello che succede all’interno rimane all’interno.
Sono sensazioni difficili da trasmettere, ma il bisogno di farlo è indispensabile e, purtroppo, diametralmente opposto alla voglia di ricezione delle coscienze esterne.
Il carcere è silenzio dentro e attorno, il carcere non ha visuale e ben poca risonanza sociale, il carcere è il dimenticatoio. Dov’è la trasparenza? Che fine ha fatto?
Per favore, trovatela.
La mia rabbia sale e mi agito, cammino avanti e indietro in cella e, in totale, sono sei passi, sei sporchi passi che racchiudono la speranza di trovare almeno una risposta, una certezza.
A te che stai leggendo, chiunque tu sia, spero che il mio sfogo ti colpisca, spero che le mie parole ti facciano capire.
Mi sento un criceto, ho la brandina come cuccia, l’aria come rotella e il cibo mi viene portato in cella, anzi direi in gabbia. Sì, perché sono totalmente ingabbiato da mura e cancelli.
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